Bar Karara, River Road, Nairobi.
«Atmosfera calda e accogliente,
servizio rapido e animazione.»
Così sarebbe stato scritto nelle
inserzioni, se qualcuno avesse
voluto vendere qualcosa, che si
vendeva
benissimo da sola. Per essere più precisi, il Bar
Karara era già stato venduto, venduto ai clienti adoranti che vi si
affollavano dentro giorno e notte.
In questo immondezzaio di città pare sia l'unico posto dove ci si
possa prendere una sbronza decente di karara con due scellini. Il
karara ha l'aspetto dell'acqua sporca, il sapore del succo di sisal,
l'odore di una fogna a cielo aperto ed è potente come la benzina. I
clienti lo amano, amano ogni goccia puzzolente del suo liquido.
Anche il bar è caldo e accogliente. E come potrebbe essere
freddo? A parte la porta, l'unica altra apertura è la finestrella del
gabinetto sul retro. Se l'aria fresca vi entra, si riscalda ben presto
nel suo viaggio attraverso il gabinetto. Il gabinetto manda un
odore piuttosto pesante, in particolare dopo che è stato visitato
dai clienti. Ma è il karara ad attirare le folle, non certo il gabinetto
pulito o l'aria fresca.
Gli onorati clienti del Bar Karara sono una simpatica compagnia. È
gente che proviene da tutte le strade e gli angoli della vita. Per
questo i c'è animazione al Bar Karara. Ci vanno calzolai
ambulanti, lustrascarpe, spazzini, importanti uomini d'affari,
venditori ambulanti di frutta e verdura, i meccanici di strada : tutti.
La maggioranza sono vecchi cittadini raggrinziti, che vivono in
armonia nel Bar Karara, lontani da ogni concorrenza. Loro sanno
che non paga fracassare una bottiglia sulla testa di un altro
compagno di sbronza. No, a meno che questi non abbia
accidentalmente versato il tuo karara o ti abbia chiamato povero
ubriacone. Nel Bar Karara non ci sono poveri. Tutti hanno il diritto
di stare lì; e un diritto è pur sempre un diritto, sia che valga dieci
scellini o solamente due.
Ma se un tizio ti dà del poveraccio, ci sono ragioni sufficienti per
rompergli la schiena. Poi però la polizia ti dà la caccia e ti sbatte
dentro. Raramente paga spaccare la testa a qualcuno. La
migliore cosa da fare è pagare da bere al tuo nemico per
provargli che, dopotutto, non sei poi così povero come lui crede.
Per questo c'è quasi sempre pace e armonia nel Bar Karara.
Sam siede al suo posto preferito davanti al bancone e beve
karara. È un venditore ambulante di frutta; a volte tratta anche
verdura. È un bevitore tranquillo. Non vale la pena di parlare agli
sconosciuti, se poi va a finire che ci litighi. Litigare fa venire il mal
di testa e il mal di testa non giova agli affari. Così Sam siede al
bancone, beve karara e fa piani per il lavoro del giorno dopo.
Intorno a lui la gente chiacchiera, litiga e ride. Oggi la folla è più
allegra, più ubriaca del solito. Oggi è il quindici del mese. Molti
prendono l'anticipo sulla paga, oggi. C'è ragione di festeggiare. Si
rompono bottiglie a dozzine. Il fumo delle sigarette avvolge, come
una bassa foschia, la fioca lampadina da 25 watt. Ventate di
polvere entrano da River Road e fanno a gara con l'odore
pungente di urina che arriva dal gabinetto sul retro.
Sam beve adagio.
Alcuni clienti bevono in fretta un bicchiere dietro l'altro, si
ubriacano e vomitano sui tavoli. Una cameriera grande come una
montagna pulisce .i pezzetti mal digeriti di cibo, che sono stati
rigettati. Alcuni anziani bevitori dormono della grossa sulle sedie
rese traballanti dall'uso. I più giovani cercano di fare a botte e
smettono non appena il barista minaccia di sbatterli fuori. E dove
potrebbero mai andare?
«Ladro di sukuma wiki », dice un venditore di verdura a un
calzolaio ambulante «dammi i soldi della verdura!»
Il ladro di verdura barcolla, compie un giro completo su se stesso
e si appoggia al nemico: «Riparerò le tue scarpe puzzolenti
gratis» brontola. «Perché ti scaldi tanto per una manciata di
foglie?»
«Una manciata?» grida l'altro «Ne hai prese abbastanza per
mangiare ugali  con quattro persone! E hai promesso di pagarmi
a fine mese...»
Anche Sam ha diversi debitori. Tutti hanno l'abitudine di prendere
a credito la verdura a destra e a manca verso la metà del mese,
promettendo di pagare in seguito. Ma quando prendono la paga,
non c'è modo di scovarli. Ricompaiono solo quando tutto il denaro
se n'è andato e vogliono dell'altro sukuma wiki da pagare a fine
mese.
Come il venditore di verdura, Sam ha imparato a ripagarsi in
silenzio da solo. Sa dove andare, di tanto in tanto, per una tazza
di tè gratis o per farsi lustrare le scarpe. Lustrare le scarpe!
Il peggiore debitore che Sam avesse mai avuto era un
lustrascarpe. Un tipo piccolo con un piede caprino, astuto come il
diavolo. Andava da Sam e riusciva con le chiacchiere a portarsi
via il cavolo più costoso del carretto e a pagarlo la metà,
promettendo di dare il resto più tardi. Poi se ne usciva con le
bugie più spudorate: «Ascolta, Sam» iniziava sempre.
Tutti cominciarono a chiamarlo Ascolta.
E gli si addiceva.
Il ragazzo lustrava le scarpe di Sam fino a farle sembrare nuove,
mentiva sfacciatamente e se la cavava sempre così. Qualche
volta Sam si era ubriacato a tal punto da volergli spaccare il piede
caprino. Ascolta se ne era andato via zoppicando con un'aria più
derelitta del solito e così l'aveva fatta franca ancora una volta.
Sam aveva quasi perso ogni speranza di riavere i suoi soldi. Poi
un giorno, per caso, si presentò la soluzione.
C'era un uomo gigantesco chiamato Jitu. Era un muratore con un
carattere violento come un uragano. Sam gli doveva venti scellini
che si erano bevuti assieme e non voleva ridarglieli. Dopotutto la
birra se l'erano bevuta tutti e due, nonostante fosse stato lui a
pagarla, prendendo i soldi in prestito dal suo amico Jitu. Questi gli
dava la caccia e aveva giurato di rompergli la schiena.
Poi una sera i tre finirono per incontrarsi, proprio per caso, al Bar
Karara.
Sam aveva venduto un bel pò di verdura. Era ubriaco e gioviale.
Ascolta stava festeggiando un grosso colpo che aveva fatto: dieci
pezzi per avere lustrato gli stivali a un turista americano. Jitu si
stava spendendo l'anticipo sulla paga. Non era certo il momento
di litigare. Pagarono da bere, discutendo di affari e chiamandosi
l'un l'altro "fratello". Si ubriacarono di karara. Ascolta si augurava
più turisti. Jitu si augurava che Sam gli restituisse i venti scellini. E
Sam si augurava che il manovale dimenticasse il vecchio debito.
«Ascolta, Sam, io ti devo qualcosa» se ne uscì lo zoppo.
Sam annuì, ubriaco.
«E tu mi devi venti scellini» Jitu disse a Sam. «Ascolta, Sam,
quanto ti devo? Venti scellini?» chiese il lustrascarpe.
Sam guardò prima l'uno e poi l'altro: «Sentite, mi è venuta
un'idea» disse e
diede un sorso al suo karara. «Possiamo fare così: Ascolta mi
deve venti scellini e io devo venti scellini a Jitu. Perché voi due
non vi passate il denaro? Mi eviterete di procurarmelo e,
probabilmente, di spendermelo. Che ve ne pare?»
Ci pensarono su, mentre bevevano un altro giro di karara.
Jitu squadrò Ascolta e decise che sarebbe stato più facile
intimorire lui piuttosto che Sam: «Mi sta bene» disse, alzando le
spalle.
Ascolta studiò l'andatura pesante e lenta di Jitu e pensò che
sarebbe stato più facile scappare da lui piuttosto che da Sam:
«Sta bene anche a me» disse. «Ascolta, Sam, come ti vengono in
mente delle trovate così grandiose?»
Sam sorrise astutamente: «Mi vengono dal vendere verdura»
disse. «Tutte le grasse massaie cercano di fregarti e uno
semplicemente si fa furbo.»
Bevvero un altro giro di karara per celebrare l'accordo. Tutto si
sarebbe risolto. Ma, ovviamente, la faccenda non era poi così
semplice, come Sam l'aveva fatta sembrare.
Jitu, una volta sobrio, si rese conto che lo zoppo era molto più
sfuggente di quanto sembrasse. Inoltre, non possedeva dei beni
di valore, che potessero essere confiscati come il sukuma wiki:
solo dei luridi attrezzi, che usava per scrostare la sporcizia dalle
scarpe altrui.
Anche Ascolta, quando si riprese dalla sbronza, rimpianse
l'accordo concluso sotto l'effetto del karara. Jitu era un creditore
ben più pericoloso di Sam. Non apprezzava gli scherzi, non aveva
scarpe da lustrare, era estremamente violento e aveva giurato di
rompergli il piede caprino e darglielo in testa.
Ascolta dovette scappare e nascondersi. Lustrava sempre meno
scarpe: non era facile darsi alla fuga con tutti gli attrezzi, non
appena Jitu compariva all'orizzonte.
Se avessero potuto, i due sarebbero tornati indietro al Bar Karara
per rivedere la questione. Ma Sam non lo avrebbe permesso.
Poi, un giorno, i due nemici si incontrarono. Jitu agguantò Ascolta,
lo rivoltò come un calzino e gli prese tutte le monete che aveva
guadagnato, lustrando le scarpe. Il totale non corrispondeva
nemmeno lontanamente ai venti scellini dovuti. Per pareggiare, il
conto riempì di botte lo zoppo e gli spaccò tutti i denti davanti,
macchiati di nicotina. Si prese tre mesi di prigione per aver
danneggiato i denti marci dello storpio.
Come se non bastasse, lo zoppo non riuscì più a, pronunciare la
"s". Il suo nome dovette essere cambiato in Afcolta e, ovviamente,
Sam divenne Fam.
Sam ordina un altro karara e beve lentamente. Preferirebbe avere
un nome che anche uno zoppo sdentato potesse pronunciare.
Afcolta non si era fatto vedere in giro per un bel po'. Forse se ne
era tornato da dove era venuto. Forse era finito sotto un autobus.
Tutto è possibile in una città come questa.
L'oscurità cala in fretta. Alcuni ubriachi si trascinano fuori; al
freddo, nella solitaria River Road e poi a casa. Gli altri continuano
a bere e a gridare, le loro voci si alzano o si abbassano a
seconda del tono della discussione.
Un uomo piccolo e fragile appare sulla porta. Come un, cane
randagio affamato sbircia dentro il bar. Sembra rabbrividire. Poi,
lentamente, stancamente, entra zoppicando, sgattaiola in un
angolo e si siede. Ordina del karara.
Sam osserva la mano fragile di lui afferrare la bottiglia, gli occhi
infossati da malato fissarsi su di essa. L'uomo si versa il karara
nel bicchiere e lo vuota tutto d'un fiato. Inizia a tossire, scuotendo
la sua carcassa a tal punto che per poco non rischia di cadere
dalla sedia traballante. La tosse manda un suono metallico ché
pare uscire da polmoni di ferro arrugginito. Poi egli solleva la testa
e guarda in direzione di Sam. Sembra trasalire. Allora si alza in
piedi a fatica, afferra il bicchiere e barcolla in avanti. Spalanca la
bocca in un sorriso senza denti: «Afcolta, Fam, come fa?».
Sam ha un sussulto, 'indietreggia da quel cadavere ambulante.
L'ubriachezza dà una sferzata alla sobrietà, colpisce, rimbalza, si
rifugia nel retro della mente, vibra in forti ondate rosse, poi si
placa. Il cervello intorpidito si mette lentamente in moto. Ora più
che mai Sam vorrebbe scapparsene a casa.
«Per tutti gli angeli del paradiso...» è tutto ciò che riesce a
gemere.
«Per tutti i diafoli dell'inferno, piuttofto...» Il sorriso scempiato di
Afcolta gli mette in risalto le guance infossate.
«Ma... che cosa... cosa ci fai tu qui?» domanda Sam stupito.
«La fteffa cofa che fai tu Fam,» dice ridendo Afcolta «befo il
karara... Afcolta, Fam,» continua «cofa fai di bello? Non fembri
paffartela be...»        .
Sam accarezza la sua giacca nuova comprata al mercato di
Kariokor, in un negozio di roba usata.
«Fendi fempre il fukuma wiki?» prosegue l'altro.
«Sì.»
«E gli affari fanno bene?»
«Sì.»
Afcolta dà un sorso al suo karara e scoppia a tossire. Sam
aspetta nervosamente che la tortura ai polmoni finisca e
l'interrogatorio riprenda. Finalmente Afcolta si calma.
«C'è qualcofa di groffo qui dentro» dice percuotendosi il petto.
«L'ho prefo in prigione. Daffero un brutto affare...»
«Prigione?» ripete Sam incredulo.
Il lustrascarpe annuisce: «Brutto pofto la prigione, brutto daffero».
Manda giù il suo karara. «Ce ne poffiamo permettere un altro,
Fam?» chiede.
Sam fa cenno di sì. Afcolta ordina da bere.
«E perché sei stato in prigione?» azzarda Sam.
«Perché?» Afcolta si passa una mano ossuta sulla testa
completamente rasata. «Per niente di particolare... Afcolta Fam,
ma dofe fifi? Fono appena uffito di prigione. Mi hanno dato tre
mefi perché luftrafo le fcarpe fenfa licenfa e fette mefi per poffeffo
abufifo di chang'aa5. Ho detto al giudice che il chang'aa  era per i
denti: non mi ha creduto.»
«Per i denti?» domanda Sam stupito.
«Non effere ftupido, Fam» Afcolta ride e tossisce per un po'. «Il
chang'aa fa bene alla toffe. Cofì me ne ero portato una bottiglia
ful laforo e ne prendefo un po', quando la toffe tentafa di
fotterrarmi. L'ho detto pure al giudice che era una medicina,
raccomandata dal mio medico...»
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Afcolta, Fam
MEJA MWANGI
(traduzione dall'inglese di Cristiana Pugliese)
MEJA MWANGI

L’unica opera di Meja Mwangi
tradotta in lingua italiana è il
racconto “I Say, Tham”,
originariamente pubblicato sul
quotidiano statunitense The
Daily Iowan
il 21 novembre 1975. La traduzione
italiana “Afcolta, Fam” è apparsa per la prima nella raccolta
di raccolti africani anglofoni  Tra un bicchiere e l’altro
(Roma: Terra Nuova, 1989) a cura di Cristiana Pugliese e,
successivamente, nella raccolta di racconti dall’Africa
subsahariana Racconti dall’Africa (Milano: Mondadori,
1993), sempre a cura di Cristiana Pugliese. Ci auguriamo
che si colmi al più presto questo grave vuoto nell’editoria
italiana e che le almeno le opere principali di Meja Mwangi,
famoso in tutto il mondo, studiato nei corsi universitari di
letteratura sia in Africa che all’estero e tradotto in varie
lingue, saranno disponibili anche in italiano.  

Sam sorride stancamente: «E lui
come l'ha presa?».
Afcolta squote la testa: «Non
potefa prenderla peggio, Fam.
Folefa federe il, mio dottore. Gli
ho detto, che lo ftregone era
in facanza.
Il giudice ha perfo il fenfo dell'umorifmo. I giudici fono dei
baftardi, Fam». Si guarda intorno furtivo con la paura che un
parente del giudice possa averlo sentito.
«Io luftro ancora le fcarpe, Fam» continua. «E tu cofa fai?»
«Tratto sempre verdura, frutta e roba del genere» risponde
Sam. «Non guadagno molto, ma abbastanza per vivere.»
«Dici bene, Fam, fifere. In un modo o nell'altro... e dofe fifi,
Fam?»
«Da queste parti.»
Afcolta annuisce con la testa ossuta: «Anch'io, proprio da
quefte parti»..
Bevono in silenzio per un po'. Afcolta si ubriaca sempre di più
e continua a prosciugare una bottiglia dietro l'altra tra le
chiacchiere e gli scoppi di tosse assassina.
Gli ultimi clienti, esauriti ormai tutti i soldi, si trascinano fuori e
cercano di ritrovare la strada di casa per andare a dormire.
Per fare economia sulla bolletta della luce, il barista spegne la
fioca lampadina da 25 watt e lascia acceso solo il debole tubo
al neon sul bancone. Dà da bere ai due clienti rimasti, si
appollaia su uno sgabello e chiude gli occhi, in attesa del
giorno del giudizio.
Afcolta continua a chiacchierare dei bei vecchi tempi, quando
in giro c'erano più turisti e si potevano guadagnare dieci
scellini, lustrando le scarpe a un solo americano. Sam
annuisce assonnato e scodella monosillabi a seconda della
risposta.
Scende la notte con la sua oscurità rassicurante.
Quando il barista si scuote dal sonno, la mezzanotte è passata
da un pezzo. Si stiracchia, sbadiglia e chiede gentilmente ai
due di andarsene. Sam non protesta. Ne ha viste fin troppe
per una serata sola. Paga ed esce nella solitaria River Road,
seguito da Afcolta.
La strada polverosa è deserta e abbandonata. È difficile
credere che si tratti della stessa River Road dei mendicanti, di
quelli che vanno a fare spese, dei ladri e del traffico. È
impossibile immaginare i branchi di uomini e donne, che
arrancano senza sosta su e giù per questa stessa via dall'alba
al tramonto, mezzi asfissiati dagli scappamenti e dalla polvere.
Sam urina contro il muro del bar. Afcolta, invece, sciacqua un
parchimetro lì vicino.
«Dofe te ne fai adeffo, Fam?»
«A casa» risponde Sam e barcolla.
«Mi pare giufto.»
Sam barcolla di nuovo.
«Sono ubriaco» ammette.
Afcolta borbotta qualcosa. Scuote la testa.
«Mi pare giufto dormire in una cafa, Fam» sbuffa. «Dofe tifi?»
«Grogan Road, e tu?»
«Proprio da quefte parti» biascica ubriaco.
Barcollano giù per River Road. Afcolta parla tra sé e sé, sbatte contro i
parchimetri e tossisce istericamente: I guardiani notturni continuano a
Afcolta avanza pesantemente e borbotta: «Mi pare giufto dormire in una
cafa, molto giufto».
«Già» annuisce Sam, ubriaco.
«In prigione fa freddo, Fam, molto freddo.» «Già.»
Afcolta va a sbattere contro Sam. «Fei mai ftato in prigione, Fam?»
chiede.
«Una volta.»
«Dattero un brutto pofto» Afcolta scuote la testa.
Si fermano all'angolo dove River Road immette il suo miserabile traffico
giù per Hasrat Road verso Grogan Road. Un silenzio carico di
indecisione cala su di loro.
«Fuppongo che ora tu foglia laffiarmi, per andartene a cafa a dormire...»
«Già.»
Afcolta tossisce per un po', si gratta rumorosamente il corpo coriaceo e
infine domanda: «È una cafa grande la tua, Fam?».
«È grande abbastanza per me. E la tua è grande?»
Afcolta brontola qualcosa.
Sam scrolla le spalle. «Mi devo svegliare presto domani» dice. «Stammi
bene, Afcolta.»
Afcolta non si muove. Si appoggia invece a un parchimetro e si mette
comodo. La strada è vuota: non un'anima in giro.
«Quando ti poffo rifedere, Fam, per offrirti da bere?»
«Quando ti pare, al Bar Karara.»
Afcolta tortura i suoi polmoni marci e si stringe addosso i vestiti laceri,
per proteggersi dal freddo.
«La TBC non fa bene alla falute, Fam. Ti uccide lentamente. E anche la
tòffe non fa bene alla falute.»
«Allora vattene a casa. Un malato non dovrebbe starsene fuori al
freddo.»
«Non poffo andare a cafa, Fam» geme Afcolta. «E perché? Dov'è casa
tua?»
Afcolta scuote la sua debole carcassa.
«Fono uffito di prigione quattro giorni fa. Io non ho... non ho ancora una
cafa, Fam.»
«Allora, dove... dove vivi? Dove dormi?» ' «In giro, Fam. A volte qua, a
volte là: in giro.»
«Vattene da qualche parte, allora» dice Sam e si volta per andarsene.
Dopo qualche passo si ferma. «A volte qua, a volte là! Proprio da queste
parti!» Si gira e guarda indietro. Afcolta è ancora appoggiato al
parchimetro e si stringe ubriaco gli stracci contro il petto malato.
Sembra uno storpio che aspetta un varco nel traffico, per potersi
trascinare zoppicando dall'altra parte della strada. Fino a quel momento
Sam non aveva pensato al piede caprino.
«Afcolta! » chiama.
«Fam?»
«Vuoi venire con me?»
Afcolta abbandona il parchimetro e, ubriaco, zoppica dietro a Sam, che
gli fa strada.
«Solo per stanotte» ammonisce Sam.
«Folo per ftanotte» annuisce Afcolta col fiato corto.
Hasrat Road li vomita in Grogan Road. Si pigiano attraverso una stretta
apertura tra i garage sul fondo, verso il maleodorante fiume Nairobi. Poi,
barcollando tra le lamiere e le carcasse di automobili, raggiungono un
ponticello traballante.
Afcolta arranca dietro a Sam, ansimando e tossendo convulsamente.
«Penfafo afeffi detto Grogan Road» si lamenta. «Proprio così.»
«In cafo non te ne foffi accorto, Fam, abbiamo paffato quella dannata
ftrada da un pezzo» gli grida dietro.
«Puoi tornartene indietro, se vuoi» risponde Sam senza fermarsi.
«Mi difpiace, Fam... ehi, afpettami, Fam! Fono malato, non poffo
camminare troppo in fretta.»
Sam vacilla e si ferma. Nell'oscurità intorno a loro i grilli, i topi e le rane
applaudono. Afcolta raggiunge Sam e gli si appoggia addosso, per
riprendere fiato.
«Mi sono dovuto trasferire qui,» spiega Sam «perché avevano
aumentato l'affitto della vecchia casa di Grogan Road.»
Si guarda intorno, poi si dirige attraverso la sterpaglia e le canne verso
una baracca. Si appoggia contro la porta, passa la mano attraverso una
fessura nel muro e sposta il chiodo, che serve a tenere la porta chiusa.
Afcolta entra zoppicando nell'oscurità e sbatte la porta di lamiera dietro
di sé.
«Non potevi aspettare fuori un momento?» si lamenta Sam.
«Fa freddo fuori, Fam», dice l'altro e scoppia in una tosse violenta, che
tenta di soffocare con la mano.
Sam cerca a tastoni la lampada a olio, la accende. Una debole luce si
diffonde nella capanna senz'aria, illuminando i miseri averi del
proprietario.
Afcolta batte le palpebre, si guarda intorno e scrolla le spalle.
«Per lo meno è una cafa» se ne esce.
«Chiudi la porta» gli dice Sam
Afcolta armeggia con la porta.
«Non riefcci a chiuderla» si lamenta.
«Usa il chiodo» dice Sam, poi raccoglie due sacchi e una vecchia
coperta dal letto e li getta al suo ospite.
«Fatti il letto laggiù.»
«Afcolta, Fam, quando fi mangia da quefte parti ?»
«Quando qualcuno cucina.»
Afcolta si prepara il letto.
«C'è qualcosa da cucinare, Fam?»
«Non c'è legna.»
Afcolta alza le spalle, si infila tra i sacchi e la coperta.
Fuori, un vento leggero fa frusciare le canne lungo il fiume inquinato e
squote rumorosamente le lamiere schiodate del soffitto. Un ratto
enorme balza fuori dal buco di una parete, attraversa la stanza e si
rifugia in un altro foro nel muro di fronte.
Sam si spoglia, entra nel letto cencioso, poi abbassa la luce della
lampada fino a spegnerla. «Fam...» chiama Afcolta.
«Sì?»
«Fei un brafuomo, Fam.»
Sam grugnisce qualcosa e rimpiange di avere presentato lo storpio a
Jitu. Se non altro Afcolta sarebbe stato in grado ancora di dire «Sam»
correttamente. Ma Sam ha imparato la lezione: non mischierà più
l'amicizia con gli affari. Lo zoppo se ne andrà domattina, si costruirà
una, piccola capanna per conto suo lungo il fiume. E non avrà più
verdura gratis da Sam, sia che ne pronunci il nome correttamente o no.
«Fam...» chiama Afcolta.
«Sì?»
«Per un momento afefo penfato che non mi afrefti laffiato fenire a fifere
con te. Gli amici dofrebbero aiutarfi l'un l'altro.         Ricordi come ti
luftravo le fcarpe gratif?»
«Dormi» risponde Sam.
Afcolta tossisce.
«Tornerà a effere come ai bei tempi. Tornerò al mio laforo in Kimathi
Ftreet. Tornerò a ftar bene, Fam. La TBC non è poi cofì brutta come
dicono. Tornerò forte come un tempo. Tornerò a laforare e farò un po' di
foldi. Ti ridarò i fenti pezzi che ti defo, Fam.. Allora potremo fifere infieme.
Fifere infieme tu e io, Fam. Come due buoni fecchi amici...»
«Oh Dio!» geme Sam.
Afcolta smette di tossire.
«Dormi!» gli ordina Sam spazientito.
«Fam...» L'ospite si gratta rumorosamente il corpo coriaceo.
«Sì?»
«Proprio come due buoni fecchi amici...» insiste Afcolta.
«Fei fordo? ti ho detto di dormire!» gli abbaia dietro Sam.